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Parliamo di parole con Anton.Francesco Milicia – a cura di Loredana Preda (prima parte)

Buongiorno Anton Francesco Milicia. Bentrovato. Lascia che ti faccia i complimenti per la tua collaborazione con la Casa Editrice Le Mezzelane, assieme alla quale so hai lanciato un tuo nuovo romanzo, Hic Sunt Leones.

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  1. Per coloro che ancora non ti conoscono, francesco Milicia è un autore di thriller-horror-noir, con punte di fantascienza, di surreale. Lo inquadrerei in un genere di fiction che definirei agli incroci del brivido, della suspense e della paura. Uno scrittore eclettico, in breve. Hai pubblicato due romanzi come indipendente, più una raccolta di racconti. So che hai già un tuo pubblico fidato e un affiatato gruppo di lettori e scrittori che apprezzano le tue opere. Ci puoi dire da dove nasce la tua passione per la scrittura? Perché è evidente che ci metti passione in ciò che scrivi, in tutto quello che dai in pasto ai lettori. Perché hai fatto una scelta di genere? Perché il thriller e non altro? Hai dei modelli di riferimento?

La mia passione per la scrittura parte da una suggestione fatale avuta nei monti calabresi, in occasione di un sopralluogo per ragioni di lavoro su una scena del crimine. Durante una giornata particolarissima vissuta nei boschi lontano dalla civiltà – come tra l’altro ho descritto in Contrada, il mio primo romanzo – si sono sommate tante sensazioni, che poi a mente fredda è stato per me necessario tradurre in parole affidandomi a una figura di cattivo che le sintetizzasse al meglio, ed è nato di getto il melmoso Proemio di Contrada. Diciamo pure che la mia passione per la scrittura nasce insieme all’invenzione del Fabbro, il personaggio chiave per incarnare quella che mi piace definire la mia poetica del disfacimento. Per quanto riguarda il genere, il thriller e l’horror sono stati il mio “cibo” preferito si da ragazzino, soprattutto nel mio immaginario cinematografico, quindi non avrei potuto scegliere diversamente. I modelli ci vogliono sempre. Faletti su tutti, ma anche Carrisi. Mi piacciono moltissimo anche lo stile “cattivissimo” di Harlan Coben e l’ironia irresistibile di Ed McBain.

  1. Prediligi gli scrittori italiani oppure propendi verso la lettura degli scrittori nordici o americani, veri maestri del genere? Hai dei modelli di riferimento?

Secondo me il peso specifico degli scrittori italiani è più alto rispetto a quello dei nordeuropei. Gli americani invece hanno delle eccellenze forse irraggiungibili: se penso al King di una volta o a Deaver, ma anche alla Cornwell: difficile trovare loro dei paragoni alle nostre longitudini. Direi comunque che è bello cambiare continuamente angolazione e cultura, leggere in maniera eterogenea, così si impara molto di più su come si vive nelle diverse parti del mondo e si apprende moltissimo nel distinguere la varietà degli stili.

  1. Da dove nascono le idee per un nuovo lavoro? La fonte di ispirazione è reale, parti da fatti e persone che conosci nella realtà, o fai appello all’immaginazione? Qui vorrei che facessi distinzione tra il romanzo, opera complessa, e il racconto, molto più breve ma non per questo meno intenso.

La creatività è un dono, che si esprime in maniera imprevedibile e incontrollabile, perché non è legata a una costruzione mentale razionale. Per quanto mi riguarda ho da sempre coltivato il mio lato creativo, sia per passione che per lavoro, quindi il passaggio da lettore – inizialmente divoratore di fumetti –  ad autore sta proprio in quella scintilla che si accende senza preavviso anche nella situazione più banale. La capacità di estrarre dal quotidiano una possibile storia è poi frutto di una struttura mentale ormai deviata irreversibilmente verso la sovrascrittura della realtà. Faccio un piccolo esempio: aspettando il mio turno nella fila al banco carni spesso qualche numero viene chiamato a vuoto… perché quelle persone non rispondono? E se fossero scomparse? Rapite? Magari la macelleria è a corto di carne animale e…

Il romanzo lo costruisco più facilmente considerandolo come una somma di tanti racconti, a volte autoconcludenti, dando anche un titolo ai capitoli, un po’ come avviene per gli episodi di una serie di telefilm. Ho questa strana forma mentis che mi aiuta moltissimo nello strutturare anche storie brevi con molta elasticità.

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  1. Nei tuoi romanzi, e non solo, ci sono molte informazioni riguardanti i luoghi di ambientazione. A cosa è dovuta questa attenzione particolare, l’inclinazione alla descrizione, a fornire al lettore un quadro più completo e complesso possibile?

Da ragazzo ho sempre ammirato gli scrittori naturalisti francesi – primo su tutti Zola – grandi affrescatori di ambienti e paesaggi. Poi quando mi sono avvicinato al giallo vero e proprio ho conosciuto e apprezzato Ed McBain, che nel raccontare le storie ambientate a Isola, una città inventata che di fatto corrisponde a New York, dedicava ampie sezioni di alcuni capitoli alla descrizione dei quartieri, con anche preziose informazioni storiche. Ho creduto che sposare questo tipo di narrazione arricchita con i luoghi della mia terra, nei quali ambiento principalmente le mie storie, fosse un modo adatto per rendere omaggio a una Calabria troppo spesso annichilita da una informazione unilaterale, tesa a esaltarne soltanto gli aspetti negativi. C’è poi la mia anima di architetto che ovviamente completa il quadro, e mi fa indulgere a volte anche troppo sulle descrizioni artistiche e architettoniche, ma ho scoperto che non dispiacciono, vanno soltanto distribuite in modo che non spezzino il ritmo della narrazione.

  1. Non posso non soffermarmi sui tuoi personaggi, sempre forti, determinati, anche quando perdono le loro battaglie. Come prendono vita?

In larga parte mi ispiro a persone esistenti, che carico di debolezze, idiosincrasie, paure, difetti, ma anche di pregi e tanta ostinazione tutta calabrese, non risparmiando ovviamente neanche me stesso. Poi trascino fino all’estremo le sollecitazioni che li investono, immaginando ed esasperando i loro comportamenti di fronte a situazioni tese e angoscianti. È una continua sfida alla ricerca di colpi di scena, di situazioni che si sottraggano alla convenzionalità, che capovolgano la normalità di una storia qualunque e la rendano altamente suggestiva.

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  1. So che sei un lettore esigente, sensibile, attento. Fingiamo per un attimo che tu sia solamente il lettore della tua opera e non l’autore. Lasciando da parte ogni soggettività, quali appunti critici ti faresti? Cosa potresti e vorresti migliorare? C’è qualche aspetto della tua scrittura che non ti soddisfa appieno?

Rileggendomi trovo sempre qualcosa che vorrei cambiare, anche con gli stimoli di una crescita personale che fa il suo corso nel continuo confrontarsi con altri scrittori e professionisti nel campo dell’editoria. Sì, e vero, sono molto esigente, perché da quando scrivo riesco a percepire molto più nitidamente che non da semplice lettore lo stile e la tecnica di uno scrittore, con relativi difetti e virtù. Per quanto mi riguarda, mi accorgo di esagerare spesso con gli avverbi, come molti mi fanno notare. Anche le eufoniche sono un dramma per me. Una cosa che mi critico è poi la poca empatia che riverso su alcuni personaggi, trattandoli in maniera un po’ asettica senza creare spessore rispetto ad altri. Ad esempio, in Contrada le vittime del Fabbro sono poco più che fantocci umani, svuotati da qualsiasi emozione o sentimento, mentre il loro carnefice viene descritto fin nei più reconditi recessi dei suoi perversi abissi mentali. Ecco. Questa incapacità di penetrare intimamente la complessa psicologia di chi soffre è uno dei miei grandi difetti a cui rimediare.

  1. Che rapporto hai con la scrittura? Sei tra coloro che danno il massimo sin dalla prima stesura, oppure fare lo scrittore è un lavoro travagliato, sofferto, fatto di continue modifiche? Esiste la perfezione letteraria, qualcosa di oggettivamente “intoccabile”?

Credo in una artigianalità progressiva dello scrivere e in un virtuosismo che a volte sconfina nell’ostentazione lessicale, anche per via della mia dimensione parallela di poeta. Quindi mi trovo sempre a limare, correggere, perfezionare, cercare i giusti sinonimi per evitare ripetizioni, creare suggestioni azzeccate, metafore non banali. Il prodotto finito dovrebbe avere una tolleranza di perfezione minima, ma capita spesso che confrontandosi con amici o colleghi arrivi il giusto consiglio. Poi alla fine magari l’editor aggiunge, toglie, sposta e sistema tutto, anche perché conosce bene la grammatica e soprattutto la sintassi, quella che molto spesso mi capita di manipolare eccessivamente. Quindi la perfezione non credo esista, ma esiste il perfettibile.

FINE PRIMA PARTE

LOREDANALoredana Preda è nata nel 1978, in Romania, in piena espansione della “società socialista multilateralmente sviluppata”, sotto il regime dittatoriale di Nicolae Ceauşescu, all’età di quattro anni si trasferisce nella città di Timişoara assieme ai genitori. Un primo sradicamento al quale ne seguiranno altri, nel segno delle continue partenze, dei cambiamenti.

Segnata profondamente dal divorzio dei genitori, in contemporanea dovrà affrontare un altro drastico cambiamento – la caduta del regime. Vive in prima persona i drammatici eventi del dicembre 1989, episodi di terrore, sangue e morte che non sarà mai in grado di dimenticare. Ha solo undici anni però la maturità la contraddistingue. Prende appunti. Raccontare diventa la sua ossessione. La sua missione. Indaga. Non si limita a immortalare il presente o il passato prossimo. Vuole risalire alle origini. Sa di essere diversa, anche se ancora non ne capisce i motivi. Il padre, con il quale ha un rapporto altalenante, le parla di una terra lontana, dell’Armenia. Le racconta la storia della sua famiglia e allora trova una spiegazione a tutti i suoi tormenti.

Si innamora di tutto ciò che è parola. Si dedica allo studio degli scrittori rumeni e ai classici della letteratura internazionale. La sua indole curiosa la spinge verso il vasto mondo della filosofia e agli studi universitari, durante i quali incontra colui che diventerà il suo futuro marito. A fine 2001 arriva in Italia e pochi mesi dopo si sposa. Ha due bellissimi figli, entrambi con notevoli capacità artistiche.

Sta lavorando al suo romanzo a sfondo autobiografico e ha scritto una serie di racconti, ancora nel cassetto. Scrive poesie solo quando trova il giusto mood, alcune pubblicate in varie antologie di concorsi. Pubblicare non è una priorità. Pensa che sia più importante la qualità che la quantità ed è alla ricerca della forma perfetta. È insicura, a volte incostante, però non perde mai di vista i propri obiettivi. Quando inizia a scrivere, difficilmente si ferma.