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Gein resort – Un racconto di Anton.Francesco Milicia

In occasione dell’uscita del nuovo romanzo di Anton.Francesco Milicia “Hic sunt leones”, vogliamo omaggiare i nostri lettori con uno dei suoi racconti. Una veloce lettura, in attesa di scoprire il vero talento di questo Autore “da paura”.

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Gein Resort

Dopo…

«Faccia come meglio crede, architetto, ma voglio che sia una cosa che mi appartenga, che mi rappresenti e rifletta le mie passioni.»

Queste le parole con le quali il signor Gein mi affidò la progettazione a distanza di un resort in un luogo esclusivo. L’assegno che staccò come anticipo era a dir poco scandaloso, tanto che mi venne il dubbio che gli fosse scivolato uno zero in più dalla penna, ma mi guardai bene dal farglielo notare.

Mi sembrò un uomo d’altri tempi: miliardario, appassionato di astronomia, studioso di egittologia, acquariofilo e terrariofilo. Mi presentò con un video la località in cui ubicare il progetto, nelle montagne tra l’Austria e il Trentino. Le immagini mostravano luoghi di una bellezza sacra e incontaminata, che esigevano rispetto; da deflorare delicatamente, come una vergine restia a concedersi. Tra le sue esigenze, Gein volle che il piano interrato della costruzione principale venisse destinato a ospitare una serie di acquari e terrari, per condividere la sua grande passione con gli ospiti del resort. Mi chiese anche di inserire nella composizione un osservatorio, collocato su un’alta torre: un dongione conficcato nel cielo buio, da cui poter osservare lo spazio con potentissimi telescopi. I tempi  che mi  dette furono infelici però, così misi tutto da parte per dedicarmi completamente a lui. Del resto nel mio lavoro vale la legge del più forte, o meglio, di chi paga di più.

Niente…

Se è vero che tutto ha un’origine, un principio, un punto zero, alfa, o come vogliamo chiamarlo… bene, allora non posso non pensare che l’attimo che precede la scintilla della creazione abbia un solo colore possibile: il Nero. Ogni volta che inizio un nuovo progetto i pensieri diventano impetuosi, come flutti che s’infrangono sugli scogli aguzzi della materia informe, plasmandola a poco a poco, ed eccitato accetto la sfida dello schermo buio.

Adesso è nero lo schermo davanti a me. È come un mare notturno, prima di venire attraversato dai lampi delle timide linee colorate con le quali lo spezzo, e quando al nero si aggiunge la luce, acquista subito vita. La freccia del mouse solca come una goletta veloce questo mare oscuro. Le linee colorate si rincorrono come le onde in spruzzi felici, unendosi, rompendosi, fondendosi… creano con sapiente maestria spazi e forme che qualcuno andrà poi a riempire, a vivere, a consumare lentamente prima di spegnersi. Il potere di legare e sciogliere fluisce tra le mie dita agili, e si compie così un piccolo miracolo. La creazione rappresenta uno squarcio che ti permette di vedere cosa c’è oltre la buia siepe.

Ma inizia il viaggio… la scintilla è ormai diventata un fuoco, e che luce sia.

E’ più…

Oggi sono emozionato.

Il signor Gein ha tanto insistito perché fossi io il primo ospite del suo Gein Resort, assicurandomi che nella realizzazione sono state rispettate tutte le mie indicazioni, salvo alcune modifiche che mi mostrerà di persona.

Il viaggio in funivia per raggiungere il luogo, isolato dai collegamenti stradali, mi offre dall’alto scorci incantevoli di fitte macchie di larici, interrotte da verdissime distese di pascoli alpini e da piccoli specchi di purissima acqua cristallina.

Finalmente sulla vetta di una ripida altura appare il complesso di edifici bassi del resort, al centro di una radura circondata da un bosco di larici, che mi fa pensare alla tonsura di un frate. L’emozione raggiunge il culmine, la gola mi si chiude. L’immagine che si offre al mio sguardo è quella di un articolato castello moderno, in cui alla matericità della pietra si affianca l’uso sapiente del legno e del vetro.

Ma ciò che colpisce e frastorna è la torre rivestita di pietra dell’osservatorio: il dongione. Poderosa, svettante e altissima, sovrasta come un faro di terra la composizione, senza tuttavia disturbarne l’equilibrio geometrico. L’anello vetrato che ne circonda completamente la circonferenza in sommità assorbe il mio sguardo per parecchi secondi coi suoi bagliori iridescenti. La vista da lassù deve essere strepitosa.

Il signor Gein mi attende nella sua lussuosa suite, tutta arredata in legno di cedro, e mi accoglie con la sua pacata compostezza, facendomi servire un tè profumatissimo.

La conversazione oscilla su amenità varie. È ansioso di mostrarmi l’allestimento di acquari e terrari al piano interrato. Osservare la vita degli animali lo affascina ed è davvero versato sull’argomento. Trovo stimolante notare la passione con la quale mi parla della sua passione, solo che… solo che adesso mi sento molto stanco… e ho così tanta voglia di dormire…

Lo stesso…

È passato qualcosa che somiglia a un anno. Sono in cima al dongione, nell’Osservatorio.

Prigioniero, come mi sono reso conto al mio risveglio. Nessuna via d’uscita. Sospeso a cinquanta metri da terra nel pieno nulla verde intorno a me.

La passione per i terrari del signor Gein evidentemente era molto di più che un semplice passatempo. La sua era un’ossessione maniacale, che non si limitava soltanto alla cura ed all’osservazione degli animali in un ambiente circoscritto, ma lo spingeva ad ottenere qualcosa di più. Molto di più.

E così ho capito che la torre in cui sono stato rinchiuso non serviva a osservare il cielo, ma molto più semplicemente per venire osservati: una gigantesca teca nella quale rinchiudere un esemplare di homo sapiens e poterlo studiare.

Intorno all’anello vetrato in cima al dongione scorrono su un binario circolare esterno cinque telecamere ad alta definizione perfettamente sincronizzate con i miei movimenti. Una piccola modifica apportata al progetto a mia insaputa.

Non c’è un solo angolo di questo ambiente in cui io mi possa nascondere o sottrarre a queste telecamere. In un anno ho fatto di tutto: urlato, picchiato sui vetri, cercato di distruggere qualsiasi cosa mi trovavo per le mani. Non è servito a nulla. E anche se fosse, l’unica via d’uscita resta l’inaccessibile ascensore a combinazione segreta che io stesso ho progettato.

Periodicamente qualcuno si occupa delle pulizie, dell’approvvigionamento e della manutenzione. Probabilmente vengo narcotizzato per via aerea da un qualche gas quando ciò avviene. Perché soltanto dopo che mi sveglio me ne rendo conto.

Davvero un destino beffardo mi ha riservato questo salto verso l’ignoto, nel concedermi il grande onore di progettare la mia diafana prigione di cristallo e con essa la mia tomba, per farmi comprendere la mia effettiva appartenenza.

Perché io non appartengo al genere umano, non più ormai. Appartengo al signor Gein, come un insetto o un rettile. Forse lui mi mostra segretamente ai suoi clienti, esibendo il pezzo più ambito della sua collezione.

Ora capisco cosa si prova a stare dall’altra parte della gabbia.

Per me non ci sarà un ultimo momento, ma ogni momento sarà come l’ultimo.

Dopo… niente… è più… lo stesso.

2 thoughts on “Gein resort – Un racconto di Anton.Francesco Milicia

  • agosto 27, 2016 at 5:29 pm
    Permalink

    Non soffro di claustrofobia o di vertigini, ma il finale mi ha mozzato il respiro.
    Complimenti all’autore!

    • agosto 30, 2016 at 7:41 am
      Permalink

      Grazie Stefania.

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