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Foto di pura gioia: i miei primi 15 anni insieme agli Afterhours, a cura di Matteo Giordano

Ho questa foto di pura gioia, è di un bambino con la sua pistola. Così iniziava Quello che non c’è, l’album degli Afterhours uscito nel 2002, il primo che ho comprato in tempo reale al termine di un’attesa febbrile durata settimane. Gli album precedenti li avevo recuperati senza passare dal mio negozio di dischi di fiducia, incidendoli su cassette pirata e cd masterizzati di scarsa qualità audio. Alcune delle mie canzoni preferite di sempre, tratte da Germi, Hai paura del buio? e Non è per sempre, sono ancora lì.

 

Foto di pura gioia è anche il titolo della raccolta che celebra i trent’anni di carriera della band di Manuel Agnelli e i miei primi quindici anni da fan degli Afterhours.

Quindici anni sono un tempo che copre quasi la metà della mia vita, lungo il quale, fra scossoni e cambiamenti, rivoluzioni e buoni propositi ho sempre continuato ad ascoltare, magari oggi meno assiduamente di prima, i pezzi degli After.

 

Mi ricordo della prima volta in cui ho ascoltato Sui giovani d’oggi ci scatarro su, che era un brano che già dal titolo ti invogliava all’ascolto; poi era spinto, ed era il classico pezzo su cui lasciarsi andare al pogo. In più stava quasi alla fine di Hai paura del buio? e quindi se la volevi ascoltare su cassetta, come me, ti dovevi per forza sentire prima tutte le 16 tracce precedenti, una meglio dell’altra per la verità, quindi non uno sforzo immane.

Quando poi l’ho sentita per la prima volta live ad un concerto, in un noto centro sociale milanese, per un attimo ho pensato che Manuel Agnelli ce l’avesse proprio con me ventenne e con tutti gli altri che stavano lì a saltare e a cantare. È stato un momento surreale che non ho più dimenticato.

 

 

Poco tempo dopo quel concerto uscì appunto Quello che non c’è, probabilmente il disco più cupo per atmosfere e testi, e forse il più bello, ma chi può dirlo.

Il mese scorso durante un Ritorno a casa, come uno dei brani dell’album, sono andato a riascoltarlo (su Spotify perché di ciò che resta di camera mia a casa dei miei è sparito pure lo stereo) dopo averlo tirato fuori da un pila infinita di cd; ho sfogliato il libretto scoprendo che ancora ne ricordo i testi a memoria.

Qualche anno dopo l’uscita di quel disco visitai l’India, in un impeto di misticismo autoindotto, durante la stagione dei monsoni, facendo tappa a Bombay e a Varanasi, sulle orme di Manuel Agnelli che dallo stesso giro aveva tratto ispirazione per Bye Bye Bombay e Varanasi baby, anche se poi io tornai dall’India senza avere scritto nessuna canzone e senza nemmeno essere un po’ cambiato.

 

 

Tornai dall’India giusto in tempo per iniziare ad aspettare l’uscita di Ballate per piccole iene che è il mio titolo preferito di tutti i tempi, anche se si tratta del disco che ha dato il via alla fase più bello il titolo del disco stesso, ma dopo una ascesa verso picchi da vertigine, ci sta anche iniziare una cauta discesa.

Mi ricordo un grande tour, con Greg Dulli sul palco con loro, e una cover super di Helter Skelter dei Beatles a chiudere le danze.

 

 

Intorno al 2008 iniziai a leggere Giorgio Scerbanenco, ma non perché Carlo Lucarelli lo citava ogni due per tre a Blunotte, se questa storia fosse un giallo sarebbe I milanesi ammazzano al sabato, ma perché gli Afterhours hanno utilizzato proprio il titolo di quel romanzo, opportunamente modificato in I milanesi ammazzano il sabato, che da al tutto una sfumatura ancora più sinistra e ambigua, per il loro album uscito proprio in quell’anno. Di quel disco ricordo che iniziai a saltare alcune tracce, e oggi, leggendone i titoli, di qualche brano nemmeno ricordo più la melodia.

Ho in mente solo Riprendere Berlino e È dura essere Silvan, e pure Tutto domani, che qualche amico, malignamente, mi ha fatto notare più di una volta che sembra essere una canzone di Ligabue.

 

 

Padania è il disco della contraddizione (mia). Titolo azzeccassimo, per album e canzone che rimane una delle mie preferite di tutto il repertorio degli After, una di quelle più in linea con il mio senso di appartenenza (e ovviamente la Lega non c’entra nulla). Padania è l’unico cd degli After che ho con me a Londra ma non lo ascolto mai, e se scorro la tracklist, non saprei canticchiare nessuno dei 15 brani a parte quello che gli da il titolo.

 

 

Per fortuna che quando gli After sono venuti in un locale di Islington hanno suonato solo pezzi vecchi, altrimenti avrei fatto una figura barbina, scena muta come durante una interrogazione presa sottogamba. Il concerto è stato in un club molto piccolo, forse duecento persone in tutto.

Prima dell’esibizione li ho incontrati al pub di fronte: avrei voluto andare a parlargli, sedermi al loro tavolo, ma alla fine ho finto indifferenza, come se fosse la cosa più normale del mondo essere lì in quel momento; sono fiero di avere evitato di scadere in scene vergognose come quelli che andavano a pregarli per una foto in posa o chiedendogli se per piacere potevano cantare in italiano.

Bel concerto, ricordo il bis: Non si esce vivi dagli anni 80, Voglio una pelle splendida, Dentro Marylin.

 

 

Il resto è quasi indicativo presente: X Factor, Folfiri o Folfox, evoluzione e cambiamento di quello che non è un monolite ma un insieme di esseri umani, cervelli e sentimenti. Sono cambiato io in quindici anni, e non posso accusare gli Afterhours di non essere rimasti quelli del 2002, o meglio ancora quelli del 95, quando nemmeno li conoscevo e si esibivano vestiti da bambine.

Il pretesto di Foto di pura gioia è un modo, anche per me, di tracciare un bilancio e chiudere un cerchio; impacchettare questi quindici anni e iniziarne dei nuovi.

Ho comprato la raccolta, e la metterò lì accanto a tutti i loro album che ho già.

Ritornerò, armi e bagagli, a vivere in Italia in tempo per il loro concerto a Milano del 10 aprile, ultimo atto, anche per me di questa fase.

 

Dal 11 aprile forse inizierò ad ascoltare solo musica classica e deciderò di diventare grande, così da poter finalmente essere legittimato anche io a cantare a squarciagola Sui giovani d’oggi ci scatarro su.

Matteo Giordano è nato in provincia nel 1981. Dopo anni passati a minacciare di farlo, finalmente si trasferisce a Londra in tempo per godersi gli Hipsters, il Royal Wedding, le Olimpiadi e la Brexit. Ama correre, nonostante il parere contrario delle sue ginocchia, e suonare dischi tech house principalmente nel salotto di casa sua.
Nel 2016 ha pubblicato il romanzo “novantaquattro” per la Nativi Digitali Edizioni http://www.natividigitaliedizioni.it/prodotto/novantaquattro-matteo-giordano/
Ha un nuovo romanzo in lavorazione con Le Mezzelane.